Verso l'autonomia energetica, il modello delle Transition Towns

Negli ultimi anni la consapevolezza della necessità di un cambiamento nelle politiche energetiche ha generato numerose iniziative più o meno utili da parte di governi nazionali e di organismi internazionali. L'elemento che accomuna tutti questi tentativi è il tentativo di svincolarsi in parte o del tutto dall'utilizzo dei combustibili fossili per la produzione energetica, a favore di un modello basato sostanzialmente sul risparmio energetico, sul riciclo e sull'utilizzo delle fonti rinnovabili. Si tratta certamente di iniziative importanti che meritano di essere prese in considerazione, non solo per gli effettivi risultati che possono essere ottenuti, ma soprattutto perché hanno contribuito a generare una presa di coscienza collettiva sulle necessità ambientali e sull'urgenza di un cambiamento di direzione. 

Pur riconoscendo l'importanza di molte iniziative cosiddette top-down ("dall'alto in basso", cioè quelle politiche che partono dall'iniziativa di enti governativi o istituzionali) il cui scopo primario è il cambiamento del modello energetico, è doveroso ammettere che esse da sole non sono sufficienti. Accanto alle politiche top-down, e non per forza in contrasto con queste, è di fondamentale importanza che le iniziative volte al cambiamento dei modelli energetici partano anche – se non soprattutto – dal basso, dall'iniziativa delle comunità locali e dei gruppi di cittadini che, organizzandosi insieme, riescono a proporre modelli alternativi di gestione della cosa pubblica. Si parla in questo caso di modello bottom-up, cioè dal basso verso l'alto. 

Le Transition Towns

Una delle più interessanti iniziative di tipo bottom-up volte alla modifica del modello energetico è il movimento delle Transition Towns, nate e sviluppatesi nell'ultimo decennio per opera di alcune comunità locali presenti in diverse parti del mondo. Scopo primario di tutte le iniziative che nascono in seno al movimento delle Transition Towns è la creazione di comunità locali in grado di svincolarsi gradualmente dalla dipendenza dalle fonti fossili dirigendosi verso l'indipendenza energetica. Agendo su scala prettamente locale, il modello si propone di attuare una strategia di "transizione" che possa rendere le comunità autonome rispetto all'approvvigionamento energetico. 

Totnes Energy Descent Action Plan

(La copertina del Piano di Azione per la Decrescita Energetica di Totnes, pubblicato nell'aprile 2010) 

Il punto di partenza dell'idea del movimento è la consapevolezza dell'esauribilità dei combustibili fossili (petrolio innanzitutto, ma non solo) e della necessità di cominciare ad attuare immediatamente un cambiamento di direzione, per non trovarsi impreparati quando il loro esaurimento lo renderà inevitabile. Al centro dell'idea della transizione vi è il concetto di "resilienza", cioè la capacità di qualsiasi sistema di resistere e continuare a vivere nonostante un brusco cambiamento subito dall'esterno, e la consapevolezza che nelle attuali città, profondamente dipendenti dai combustibili fossili, manca quella resilienza necessaria ad affrontare uno shock energetico. Con il modello delle Transition Towns, quindi, ci si propone di cominciare a creare su scala locale progetti comunitari e collettivi che producano uno stile di vita più compatibile con la natura, in grado di resistere senza troppi sconvolgimenti all'inevitabile fine dei combustibili fossili. 

Tutto è cominciato nel 2004, quando Rob Hopkins, insegnante di permacultura a Kinsale (Irlanda), sviluppa con i suoi studenti un progetto che contiene alcune proposte per rendere in quindici anni la propria cittadina più sostenibile. Le proposte elaborate riguardavano sia lo sviluppo di modelli energetici basati sulle rinnovabili, sia questioni relative all'economia locale, alla produzione di cibo, alla gestione dei rifiuti e alla realizzazione di abitazioni più sostenibili.

Due anni dopo, trasferitosi a Totnes, cittadina di 8000 abitanti nel sud dell'Inghilterra, Hopkins organizza con i suoi nuovi concittadini la prima iniziativa ufficiale del movimento delle Transition Towns, che negli anni successivi avrebbe coinvolto centinaia di comunità locali in tutto il mondo, con progetti e iniziative ispirate a quanto sviluppato nella città di Totnes ma di fatto autonome ed elaborate a seconda del contesto e delle necessità locali.

Mappa delle iniziative di Transition Towns nel mondo

(La mappa delle iniziative di Transition Towns in tutto il mondo, aggiornata al settembre 2014. Fonte www.transitionnetwork.org

Una delle particolarità del modello delle Transition Towns è, infatti, la sua scala locale. È nelle piccole comunità locali che possono essere avviate proficuamente quelle iniziative di transizione volte all'autonomia energetica. Come ha giustamente evidenziato Emanuele Campiglio nel suo libro «L'economia buona» (Mondadori, 2012) il movimento delle Transition Towns non può essere considerato esclusivamente ambientalista. «Uno dei capisaldi della loro visione – scrive Campiglio – trova infatti le sue più profonde radici nel concetto di comunità e reti fiduciarie […] Le iniziative che nascono all'interno delle Transition Towns si pongono, dunque, anche l'obiettivo di ristabilire i legami comunitari che sembrano essere stati tranciati. I due propositi – ambientale e sociale – vanno di pari passo, dato che non ci può essere un'economia locale autonoma in termini energetici senza che le persone si conoscano, si scambino prodotti e tempo, si fidino l'una dell'altra e siano disposte a collaborare per progetti comuni da cui l'intera comunità possa trarre beneficio». 

È quindi evidente che ciascuna comunità tenderà a elaborare e a sviluppare quei progetti che ritiene necessari per lo scopo che il movimento si prefigge, che possono coinvolgere le attività economiche locali, la produzione alimentare, la produzione locale di energia e così via. Affrontando diverse tematiche, il movimento solitamente opera formando in ciascuna comunità gruppi e sottogruppi ciascuno dei quali si occupa di un particolare problema: energia, cibo, eventuale moneta locale, edilizia ecc. 

Trattandosi di un progetto di transizione verso l'autonomia energetica, è evidente che il lavoro che le comunità locali devono svolgere è in continuo divenire, e che quindi tutte le iniziative sono parte di un progetto pluriennale. Rob Hopkins nel suo libro «Manuale pratico della transizione. Dalla dipendenza dal petrolio alla forza delle comunità locali» (Arianna Editrice, 2009), fornisce alcuni suggerimenti alle comunità locali che vogliono intraprendere un percorso di transizione, proponendo di seguire una serie di passaggi che portano alla creazione di un Piano di Azione per la Decrescita Energetica (EDAP) da attuare nel corso degli anni successivi, in vista dell'autonomia energetica. 

Per conoscere in modo più approfondito il movimento e le varie iniziative intraprese in tutto il mondo si consiglia di visitare il sito ufficiale gestito da Hopkins e il sito internet italiano del movimento.

AutoreDott.ssa Serena Casu


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