Erba: un possibile nuovo biocarburante
Dall'avvento dell'era industriale, l'essere umano ha sempre cercato nuovi mezzi per produrre l'energia necessaria a soddisfare le proprie esigenze. Attualmente, però, il fabbisogno energetico richiesto, non permette la sintesi tra natura e tecnologia, e spesso gli attuali metodi di produzione comportano gravi danni ambientali. Continuando a utilizzare combustibili fossili, infatti, non sarebbe più possibile soddisfare la richiesta mondiale dell'energia salvaguardando – allo stesso tempo – il benessere del nostro pianeta (http://dsii.dsi.unifi.it/~marsili/PPT/Ciclo_Carbonio.pdf). Per definizione, inoltre, i combustibili fossili hanno una durata di vita limitata, e pertanto, necessitiamo di ulteriori metodi per compensare la loro assenza.

Per fortuna, però, la nostra cara Terra è in grado di proporre sempre nuove soluzioni a queste criticità, generando costantemente nuove fonti energetiche. Il problema è che l'essere umano non ha ancora architettato i mezzi per poter utilizzare tutte queste fonti. L'energia generata dal movimento delle persone, ad esempio, potrebbe essere convertita ed utilizzata per il fabbisogno energetico di edifici ed infrastrutture. Ma i veri problemi rimangono i costi per produrre nuove tecnologie e soprattutto politiche giuste, in grado di valorizzare la sostenibilità ambientale.
Adesso, un progetto denominato GrassMargins (http://www.grassmargins.com), ha lo scopo di analizzare le caratteristiche di alcune particolari tipologie di erba, per produrre biocarburanti. Il progetto è stato avviato dalla collaborazione tra l'Università svedese di Scienze Agrarie e l'Università di Sheffield, e ha posto la propria attenzione su alcune varietà di graminacee come la Dactylis glomerata, la Festuca arundinacea, la Phalaris arundinacea e alcune piante del tipo Miscanthus. Tutte queste tipologie di erba, inoltre, sono accomunate dalla capacità di essere perenni stabili e produttive, e soprattutto dalla peculiarità di non richiedere particolari attenzioni.
L'importanza del progetto, è quantificata anche dal numero di partner che lo sostengono: dodici, tra importanti istituti di ricerca (come l'Accademia cinese delle scienze, l'Istituto per le scienze biologiche di Shangai e l'Istituto di Citologia dell'Accademia delle scienze di Mosca) e piccole e medie imprese, infatti, fanno parte del progetto GrassMargins.
Lo scopo della ricerca – come precedentemente accennato – è produrre biocarburanti (usando l'erba come materia prima per i digestori anaerobici), oppure, se il primo tentativo dovesse fallire, utilizzare la pianta come combustibile per gli impianti delle aziende agricole.
Le colture verrebbero inserite in terreni marginali in grado sopportare colture intensive, così da limitare gli investimenti sul terreno e sugli impianti idrici necessari all'irrigazione. Questi terreni, dunque, dovrebbero trovarsi veramente al margine della nostra società: né in prossimità di siti d'interesse ambientale o naturalistico, né tanto meno dovrebbero essere luoghi potenzialmente produttivi per l'agricoltura. L'erba da utilizzare come biocarburante, dunque, dovrebbe essere inserita all'interno delle terre di nessuno; ovvero in luoghi marginali di scarso valore naturalistico e di produttività.

Il problema, dunque, è proprio questo: non è facile trovare luoghi del genere. E tutto dipende dalla collocazione geografica delle strutture. Un paese come l'Italia, ad esempio, non sarebbe di valido aiuto alla ricerca, in quanto quasi tutta la superficie della nostra penisola ha un grande valore sotto tutti i punti di vista sopracitati. Ma ci sono latitudini, invece, che permettono l'instaurarsi di queste tipologie di colture senza particolari problemi: le immense distese che si trovano nei grandi stati, ad esempio, sono ricche di terre inutilizzate e di scarso valore naturalistico e produttivo.
Naturalmente, creare colture intensive non è mai un ottimo modo per mitigare gli effetti della società industriale. Anzi, spesso quest'ultimo è proprio uno dei problemi ambientali di grande impatto, in grado di generare solo criticità all'interno di un territorio. Il punto, però, è che fintanto che esisteranno luoghi in grado di fornire spazi inutilizzati e non particolarmente utili come riserva della biodiversità, questo metodo alternativo di produzione dell'energia, ha tutto il diritto di essere quantomeno sperimentato.
Tutto questo, magari, in attesa di nuove tecnologie in grado di soddisfare il fabbisogno energetico mondiale, mantenendo comunque intatto il fondamentale valore del rispetto per l'ambiente (http://www.educambiente.tv/energia4.html).

