Batteri mangia scorie nucleari, la scoperta di un'equipe di studiosi inglesi
Spesso è la natura a fornire le risposte migliori per risolvere le più gravi problematiche ambientali, quasi a dimostrare all'uomo che la sua forza e la sua capacità di sopravvivenza sono superiori agli scempi a cui è abitualmente sottoposta. L'ultima grandiosa scoperta sembra aprire una strada alla possibilità di smaltire le scorie nucleari, garantendo la reale depurazione dei siti interessati da questa tipologia di rifiuti che nessuno è disposto a prendere.
Ci riferiamo nello specifico ai risultati dello studio condotto da un team di ricercatori appartenente all'Università di Manchester e pubblicato poco tempo fa sulla rivista "Multidisciplinary Journal of Microbial Ecology". Le ricerche effettuate hanno individuato l'esistenza di organismi unicellulari, ovvero di un particolare ceppo di batteri in grado, a quanto pare, di sopravvivere nei siti nucleari e di "nutrirsi" delle scorie radioattive. Questi organismi sono stati trovati a Peak District, una zona nella quale confluiscono rifiuti alcalini derivanti dai forni da calce.
(Fonte ecologywa)
In Inghilterra, ogni anno, la produzione nucleare genera circa 364mila metri cubi di scorie pericolose. Il loro smaltimento avviene di solito tramite un impianto geologico multibarriere, nel quale questi rifiuti sono interrati e coperti da uno strato di cemento. Non è, però, un metodo "sicuro", in particolare per il mantenimento della salubrità dei terreni e delle falde acquifere. Infatti, l'acqua che scorre nel sottosuolo entrando in contatto con il cemento lo alcalinizza e scatena una complessa serie di reazioni chimiche, dalle quali si formano e sono rilasciate svariati tipi di sostanze. La più problematica di esse è l'acido isosaccarinico, poiché dà origine ai radionuclidi, composti solubili, capaci di raggiungere la superficie terrestre, di contaminare l'acqua potabile e d'immettersi, addirittura, nella catena alimentare.
Un simile processo, si comprende bene, è altamente dannoso per la salute dell'uomo, delle piante e degli animali. Tuttavia, la scoperta e la possibilità d'impiegare i batteri mangia scorie consente di arginare la situazione e di evitarla. Questi microrganismi sono, nello specifico, batteri estremofili, il cui habitat ideale sono proprio i terreni dall'elevata alcalinità.
Essi nutrendosi dell'acido isoccarinico, impediscono il verificarsi delle reazioni chimiche nominate poco sopra e, di conseguenza, preservano la purezza del suolo e dell'acqua. Inoltre, hanno la capacità di adattarsi a condizioni di vita anche più estreme, in totale assenza di ossigeno. In questo caso, modificano il loro metabolismo e continuano a respirare tramite altre sostanze contenute nell'acqua, quali nitrati e ferro.
(Fonte news.discovery)
Gli studi condotti dall'equipe di Manchester sono appena agli inizi. Al momento, gli scienziati hanno analizzato soltanto i batteri del sito di Peak District. I passi successivi saranno indirizzati a comprendere meglio e in modo più approfondito i comportamenti dei microorganismi suddetti, soprattutto si dedicheranno all'analisi della loro capacità di sopravvivere in ambienti difficili e ostili alla vita. In seguito, dovranno testare i microorganismi su un sito nucleare, per verificare se la loro efficienza rimane la stessa.
In base a quanto hanno dedotto i ricercatori, questi organismi dovrebbero essersi evoluti nel giro di pochi anni nel terreno ad alta percentuale alcalina dove sono stati individuati. Di conseguenza, è probabile che agiranno nello stesso modo anche negli impianti geologici dedicati alla raccolta delle scorie nucleari.
Il problema riguarderà piuttosto il tempo in cui si adatteranno a vivere nel sito, se sarà sufficiente ad evitare i rischi in cui incorrono le aree (e quindi le persone in esse presenti) vicine ai depositi dei rifiuti pericolosi.
(Fonte thecuttingedgenews)
In ogni caso, la biodegradazione di sostanze nocive attraverso l'impiego dei batteri, è una tecnica ormai affermata e comprovata. Negli anni, infatti, numerosi microorganismi hanno sviluppato la capacità di decomporre e smaltire un ampio raggio di composti organici presenti in natura. Essendo, però, un procedimento molto lento, che non potrebbe stare al passo della veloce crescita industriale e con la sempre maggiore quantità di rifiuti prodotti dalle imprese, gli studiosi hanno ovviato al problema con le biotecnologie. Esse hanno permesso di modificare geneticamente alcuni batteri, accrescendo le loro peculiarità, in modo tale da poterli impiegare nello smaltimento di sostanze tossiche da terreni e acque.
Ad esempio, una tecnica che si sta facendo strada negli ultimi tempi è la bioremediation, grazie alla quale si stimola lo sviluppo di microrganismi presenti nel luogo interessato dall'inquinamento. Oppure si introduce nello stesso un gruppo di batteri ad hoc che procederanno alla sua depurazione.
Tenendo in considerazione questi risultati, si può ben sperare nella riuscita della sperimentazione condotta dall'equipe inglese.

