Due settimane per la soluzione della guerra Usa-Cina sul fotovoltaico?
La guerra del fotovoltaico che vede impegnati Stati Uniti e Cina, continua ad andare avanti senza soluzione di continuità. i due colossi del settore solare, non sembrano intenzionati ad ammorbidire le proprie posizioni, che hanno visto da un lato una politica sempre più aggressiva da parte dei produttori orientali e dall'altro la risposta estremamente decisa da parte del governo statunitense, il quale ha deciso di applicare dazi doganali che possono arrivare addirittura al 165%, da applicarsi in via preliminare ai prodotti provenienti dalla Cina e da Taiwan, altro paese messo nella lista nera approntata allo scopo.
Sotto accusa è in particolare quella pratica ormai nota da decenni con il nome di dumping, ovvero la vendita sotto costo dei prodotti portata avanti al preciso scopo di estromettere dal mercato il maggior numero di competitori. Pratica da sempre considerata scorretta in quanto tendente a drogare il mercato, con esiti tali da distorcerlo nel lungo periodo, anche a danno degli stessi consumatori. Diventato immediatamente operativo, nonostante una istruttoria in corso i cui risultati saranno resi noti solo nel 2015, il provvedimento comporta una tassa che per ora è stata fissata al 58,7% per i prodotti fotovoltaici cinesi, un livello che però potrebbe essere ulteriormente aumentato.
La decisione del governo federale è stata salutata con grande soddisfazione dai produttori americani, i quali hanno esplicitamente ringraziato le istituzioni per aver fatto argine all'invasione orientale.

(La guerra per il fotovoltaico tra Usa e Cina potrebbe arrivare presto a soluzione)
Se qualcuno pensava che Stati Uniti e Cina sarebbero presto arrivati a stabilire un compromesso onorevole per entrambe le parti, è stato smentito dal protrarsi di una guerra che si arricchisce ormai periodicamente di nuove tappe. La prossima dovrebbe essere quella prevista per metà dicembre, quando il governo statunitense sarà chiamato a rivelare quanto deciso a proposito dei dazi contro il dumping e su quelli compensativi i quali dovrebbero essere applicati alle importazioni di impianti fotovoltaici provenienti da Cina e Taiwan.
Rimangono quindi poche settimane per evitare che la guerra in atto diventi praticamente irreversibile. Una eventualità vista peraltro con una certa preoccupazione da più parti, a partire dalla SEIA, ovvero la Solar Energy Industries Association, che tramite il suo numero due dell'area Commercio e Competitività, John Smirnow, ha ricordato come proprio la sua associazione abbia rivestito un ruolo estremamente importante nella discussione tra SolarWorld, l'azienda americana che guida il fronte anti-Pechino e le imprese cinesi. Una discussione che ha il compito di trovare una soluzione negoziata in grado di fornire risposte convincenti per entrambe la parti in causa.
Tra le accuse mosse alla Cina anche quella di aver cercato di aggirare i dazi introdotti nel corso del 2012 con una produzione in outsourcing portata avanti usando all'uopo società taiwanesi. In pratica rimarrebbero poco più di due settimane prima dell'adozione del meccanismo di sospensione, che scatterebbe 30 giorni prima della decisione finale da parte del Dipartimento di Stato. Due settimane che però potrebbero essere ampiamente sufficiente per salvare capra e cavoli, con un accordo che ricalcherebbe quello varato tra Unione Europea e Cina, il quale prevede la fissazione di un prezzo minimo per la rivendita dei moduli fotovoltaici sul mercato europeo. I rumors al proposito si sono infittiti nel corso degli ultimi giorni e potrebbero presto concretizzarsi, con ovvio sollievo per entrambe la parti.










