Il ruolo delle bioplastiche per ridurre i combustibili fossili

Le bioplastiche provengono da fonti rinnovabili come il mais, la tapioca, le patate, lo zucchero e le alghe. Per cui sono un'alternativa alle plastiche tradizionali, che sono realizzate invece con combustibili fossili e petrolio. Le bioplastiche sono biodegradabili, compostabili/riciclabili e svolgono già oggi un ruolo importante nell'agricoltura, nella gastronomia, nell'elettronica e anche nel mercato delle automobili. A differenza della plastica tradizionale si dissolvono senza lasciare residui che inquinino l'ambiente e il loro discioglimento (in base alla composizione) può verificarsi in massimo cinque anni.

Nel futuro però si vuole sempre più puntare su questa fonte, per la riduzione del combustibile fossile. Questo almeno è il parere di coloro che si sono riuniti alla ottava Conferenza europea sulle bioplastiche, che si è svolta a Berlino questo mese. Ogni anno partecipano 400 esperti da tutto il mondo, dimostrando quanto lo scambio di informazioni e la conferenza in sè siano utili per conoscere i passi avanti fatti in questo settore. Il commissario dell'Unione Europea sull'ambiente, Janez Potocnik, ha dichiarato che "le bioplastiche hanno chiaramente un potenziale per essere un materiale veramente sostenibile" e ha incoraggiato le aziende, per rendere questo materiale utilizzabile soprattutto nell'industria alimentare. Importante per Potocnik è anche informare il pubblico dei nuovi prodotti che vengono immessi sul mercato, chiarendo quali potrebbero essere le reali prospettive per il futuro.

Secondo l'European Bioplastics e l'Institute for Bioplastics and Biocomposites si registra un evidente successo delle bioplastiche, con una possibilità concreta di passare da 1,4 milioni di tonnellate prodotte nel 2012 a più di 6 milioni di tonnellate nel 2017. In particolare, i poliesteri biodegradabili e le miscele di  amido stanno avendo tassi di crescita importanti tanto che si prevede di ottenere, sempre entro il 2017, una capacità di produzione del 60%.

Gli standard di riferimento che oggi consentono di definire cos'è una bioplastica sono:

 

  • UNI EN13432: tra gli obiettivi della norma vi è quello di fare chiarezza sul concetto di biodegrazione, compostabilità, materiali biodegradabili e compostabili
  • UNI EN 14995:specifica i requisiti e le procedure per la determinazione della compostabilità o il trattamento anaerobico dei materiali plastici 
  • ISO 17088: analizza le procedure e i requisiti per l' identificazione e l' etichettatura delle materie plastiche, adatte al recupero tramite il compostaggio aerobico

La bioplastica viene infatti recuperata tramite il riciclo biologico e quindi tramite il compostaggio o la digestione anaerobica. Secondo quanto riportato dall'Unionplast nel compostaggio: "i microrganismi, come i batteri e i funghi, possono metabolizzare le bioplastiche biodegradabili. Il polimero diventa la loro fonte di cibo ed energia.I microrganismi poi trasformano il prodotto costituito da plastica biodegradabile in biossido di carbonio, acqua e biomassa". Mentre quello industriale "è svolto in grossi impianti dove il processo è ottimizzato e controllato da professionisti. Quindi le varie condizioni tipiche del compostaggio (temperatura,umidità, areazione, ecc.), che permettono una veloce biodegradazione e bioconversione del rifiuto iniziale, sono tutte generalmente assicurate dai tecnici dell'impianto". La digestione anaerobica è invece una alternativa al compostaggio che è invece aerobico, e si intente la degradazione della sostanza organica da parte di microrganismi in condizioni anaerobiosi.

Oggi, in collaborazione con il WWF otto importanti aziende mondiali si sono unite per costruire un futuro più sostenibile per le bioplastiche. Ricordando che in Italia la prima industria è stata Levissima, che ha lanciato una bottiglia con il 30% di origine vegetale.

AutoreDott.ssa Gloria Maria Rossi


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