Come calcolare la propria impronta ecologica

Il termine "impronta ecologica" nacque nel 1996, e fu descritto per la prima volta nel libro "Our Ecological Footprint: Reducing Human Impact on the Earth" di Mathis Wackernagel e William Rees.

Ma andiamo per gradi. 

Il nostro pianeta esiste da circa 4,5 miliardi di anni, e in tutto questo tempo ha permesso il raffinarsi della complessità biologica presente sulla sua fascia abitabile. Le strutture e le organizzazioni viventi, inoltre, hanno sempre architettato nuovi metodi per adattarsi ai cambiamenti  – sia climatici sia geologici – in funzione del caso e delle necessità. Da allora, però, le risorse naturali hanno sempre avuto modo di rimanere in equilibrio dinamico con la loro quantità di utilizzo: i circoli di materia e i flussi di energia rimanevano costanti, sia all'ingresso sia all'uscita dei sitemi biologici. 

Al giorno d'oggi, invece, le cose sono cambiate. L'essere umano, infatti, utilizza più risorse naturali di quanto il pianeta riesca a rigenerare. Il punto, dunque, è che tutte queste risorse si trovano in quantità finita e limitata; e, pertanto, il loro utilizzo deve essere rapportato alla capacità di rigenerazione. Dal momento in cui il pianeta produce 1 e l'essere umano consuma 2, però, l'equilibrio dinamico necessario all'evolversi dei sitemi naturali subisce un danno molto grande: seguendo il rapporto sopracitato, infatti, servirebbero due Terre, e non una, per permettere alla civiltà di sopravvivere. 

Tanto per rapportarsi con dati reali, l'Italia necessiterebbe di ben due gemelle per consentire alle risorse di non andare in deficit; e ciò significa che ogni italiano dovrebbe diminuire di due terzi il proprio consumo di beni forniti dalla natura. La situazione è migliore negli stati meno industrializzati, in quanto le emissioni di gas serra sono ridotte al minimo e il consumo di beni da parte delle popolazioni è molto limitato. A livello mondiale, invece, i dati parlano chiaro: nel 1961 la civiltà umana utilizzava il 70% delle risorse a disposizione, mentre già nel 1999 la percentuale era salita al 120%. Attualmente la Terra ha bisogno di un anno e quattro mesi per rigenerare i beni utilizzati in un anno; ed, evidentemente, sarebbe necessario quasi un altro mezzo pianeta per permettere ai sistemi ecologici di continuare a sopravvivere a lungo. Secondo il Global Footprint Network e il WWF, inoltre, al 2050 il numero di pianeti necessari a soddisfare l'utilizzo indiscriminato dei beni disponibili, salirebbe a due. 

In questa situazione, quindi, appare evidente la necessità di dare una svolta allo stile di vita di tutto il mondo industrializzato. Ma per ottenere mutamenti della collettività dal punto di vista della sostenibilità ambientale, sono necessari radicali cambiamenti nell'impostazione di vita dei singoli individui. Ognuno di noi, quindi, deve fare la propria parte. Cambiare il proprio stile di vita, inoltre, non sarebbe solo un metodo per ricercare la pace con se stessi, ma sarebbe anche una fonte di guadagno in termini economici. Diminuendo i consumi, infatti, ogni risorsa disponibile verrebbe utilizzata nella maniera più efficiente possibile, e non rimarrebbero sprechi. La situazione, dunque, migliorerebbe non solo dal punto di vista ecologico (il che non sarebbe male, visto che come dice un detto Masai: "Trattiamo bene la terra su cui viviamo: essa non ci è stata donata dai nostri padri, ma ci è stata prestata dai nostri figli"), ma anche da quello economico: ogni mese, infatti, avremo le tasche più gonfie

Adesso, dunque la domanda è: in cosa si traduce tutto questo sfruttamento eccessivo delle risorse?

La copertura forestale sta subendo un drastico calo, l'inquinamento delle falde acquifere e dell'atmosfera sta raggiungendo livelli veramente troppo elevati, i rifiuti in eccesso riempiono le discariche, e i sistemi di acqua delle sorgenti si stanno esaurendo. Tutto questo, inoltre, genera ulteriori problemi come il surriscaldamento globale e il conseguente scioglimento dei ghiacciai, che a sua volta determina l'innalzamento delle acque. Ogni effetto, dunque, ne genera di nuovi e più gravi, in base a un effetto domino che rischia di portare il pianeta al collasso

D'altronde, lo sfruttamento indiscriminato delle risorse causa problemi anche all'interno della sfera dei rapporti umani: migrazioni, carestie, guerre, ecc., sono tutti effetti di un'unica causa, ovvero l'impossibilità di rigenerazione delle risorse naturali del nostro pianeta, in seguito a un loro utilizzo sproporzionato. 

Ma esiste una soluzione a questi problemi?

Quattro miliardi e mezzo di anni di età sono molti, e il nostro pianeta ha sempre avuto la capacità di mantenere un equilibrio dinamico in grado di far fronte a tutti i cambiamenti. Dacché esiste la civiltà umana – e soprattutto dall'avvento della società industriale – , però, le cose sono cambiate. L'uomo, infatti, non riesce più a sintetizzarsi con la natura, ma tende piuttosto a sopraffarla. Il punto, però, è che la natura non può produrre beni al di là delle sue capacità. 

Naturalmente esistono i presupposti per un cambiamento, e non vanno ricercati nemmeno troppo in profondità. Sarebbe necessario semplicemente un mutamento radicale delle abitudini di ogni individuo. Le tematiche green, dunque, non dovrebbero essere solo mode temporanee destinate a concludersi, ma il futuro stesso della nostra società. Ognuno di noi dovrebbe generare sostenibilità. E dovrebbe farlo senza rinunciare al proprio stile di vita; ma migliorandolo, piuttosto. 

Prendere consapevolezza del problema, dunque, è il punto di partenza. Investire sull'innovazione e la tecnologia, invece, è il secondo passo, e non dovrebbe essere compiuto dalle singole persone, ma dalle istituzioni che operano per la collettività. Mentre cambiare lo stile di vita di ognuno di noi, dovrebbe essere il punto di arrivo per intraprendere una strada davvero sostenibile, per il nostro futuro e per quello dei nostri figli. 

In tutto questo, quindi, lo strumento essenziale da cui prendere consapevolezza del problema è l'impronta ecologica; e, quest'ultima, può essere calcolata dai seguenti siti internet

Il risultato finale, che dev'essere raggiunto grazie all'utilizzo dell'impronta ecologica, è una condizione ideale, in cui ogni città, territorio e nazione, siano in grado di utilizzare tante risorse quanto la superficie in questione riesca a rigenerare. Solitamente, per rifarsi a questo concetto, si tende ad immaginare una cupola di vetro poggiata su una città. L'energia in entrata dovrebbe essere solo quella solare – tralasciando tutti i flussi provenienti da altri territori – e tutti i beni prodotti dovrebbero trovarsi perfettamente in equilibrio con la capacità del territorio di smaltire i rifiuti e di rigenerarne di nuovi. 

Ora, per chiarire a quale tipologia di risorsa ci stiamo riferendo, basta considerare le seguenti categorie di consumo: alimenti, abitazioni, trasporti, beni di consumo e servizi. Nel primo caso, ad esempio, bisogna valutare che per ogni kg di pane prodotto, la conseguente impronta ecologica è di circa 29,7 mq. Mentre per lo stesso peso, ma riferito alla carne bovina, l'impronta è maggiore di 300 mq. Per quanto riguarda i trasporti, invece, basta immaginare la quantità di energia utilizzata solo per la costruzione dei mezzi e per il loro conseguente trasporto, per comprendere l'entità dell'impronta. Utilizzare mezzi di trasporto pubblico ed incentivare la mobilità sostenibile – come quella in bicicletta –, dunque, potrebbe determinare un drastico calo nello spreco di risorse. Anche il trasporto degli alimenti, inoltre, determina un negativo impatto ambientale: mangiare una mela che viene da uno stato estero, significa utilizzare energia per produrla, energia per trasportarla, ed energia per commerciarla, e tutto questo si traduce in un apporto energetico finale minimo, in quanto la mela mangiata fornirà un valore nutrizionale certamente minore rispetto ad una mela colta direttamente dall'albero. Per quanto riguarda le abitazioni, invece, l'impronta ecologica è determinata dal calo della quantità di superficie disponibile allo svolgersi delle attività naturali. Anche i beni di consumo e i servizi generano un pessimo impatto ambientale: basta considerare che la produzione di un paio di scarpe di cuoio generano un'impronta ecologica di 2500 mq. 

Ricapitolando, il punto di partenza per prendere consapevolezza del danno, e per cercare di mitigare gli effetti di un eccessivo sfruttamento delle risorse, è calcolare la propria impronta ecologica. Dopo aver compreso il nostro livello d'impronta, inoltre, sarebbe sufficiente mutare alcune nostre abitudini, per generare meno spreco e per mitigare gli effetti negativi causati da uno sbagliato stile di vita. Tutto questo, infine, si tradurrebbe nella possibilità di lasciare ai nostri figli un futuro più pulito e sostenibile, senza l'onere di dover rinunciare al nostro attuale stile di vita.


AutoreAndrea Tasselli

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