Usare tetti e aree dismesse per favorire lo sviluppo dell'energia solare. La proposta nel Regno Unito
Che l'aumento della produzione di energia elettrica da fonte solare sia auspicabile è un principio riconosciuto più o meno da chiunque. Le necessità sia ambientali che economiche di riduzione dell'utilizzo di combustibili fossili per la produzione energetica – elettrica e termica – sono al centro di numerose iniziative pubbliche e private, volte per lo più a sostituire le fonti energetiche più inquinanti con produzioni ambientalmente ed economicamente più sostenibili.
Se sui principi generali governi, autorità locali, comitati e cittadini sono pressoché concordi, il dibattito su come utilizzare le fonti di energia rinnovabile è ancora aperto. Posizionarle sui tetti delle abitazioni private fornisce certamente dei benefici economici per i residenti, immediatamente percepibili con i tagli in bolletta, ma potrebbe creare problemi qualora gli edifici abbiano un valore storico o architettonico. Allo stesso modo, la creazione di "solar farm" aumenta certamente l'energia pulita e a basso costo disponibile per le comunità locali, ma potrebbe da un lato diminuire la disponibilità di terreni agricoli, e dall'altro avere un notevole impatto visivo e ambientale sul paesaggio agrario.
Energia solare sui tetti e sui terreni delle aree dismesse
Una recente proposta volta a incentivare lo sviluppo dell'energia solare senza creare forti impatti sul territorio arriva dal Regno Unito, dove la Campaign to Protect Rural England (CPRE) ha stilato alcune linee guida su come promuovere la crescita degli impianti solari proteggendo al tempo stesso le zone rurali dal loro impatto visivo e ambientale.
Secondo la CPRE, una notevole quantità di impianti solari fotovoltaici potrebbero essere installati sui tetti degli edifici commerciali e sui terreni abbandonati delle aree dismesse, inadatte a ospitare nuovi sviluppi edilizi residenziali. Secondo una stima effettuata dall'associazione, nel Regno Unito è disponibile uno spazio grande almeno due volte la superficie della città di Londra, che potrebbe facilmente essere sfruttato per installazioni solari che aumenterebbero la produzione energetica contribuendo ad abbassare l'impatto ambientale complessivo del paese. Per questo motivo l'associazione chiede agli enti governativi di impegnarsi maggiormente per sfruttare questo enorme potenziale, anche fornendo incentivi ai proprietari per una conversione solare delle strutture.
E le Solar Farm?
Una posizione più controversa, invece, è espressa nei confronti delle solar farm, cioè le grandi distese di impianti fotovoltaici situate su terreni agricoli. Da un lato queste tipologie di impianto sono molto convenienti per le popolazioni locali, poiché consentono di avere a disposizione energia a basso costo prodotta sul posto, minimizzando in questo modo le eventuali perdite di potenza. Tuttavia, trattandosi di impianti molto grandi, queste distese possono avere un impatto visivo molto elevato che può danneggiare il paesaggio, e – ovviamente – potrebbero sottrarre terreno agricolo utilizzabile invece per la produzione alimentare. Nonostante questi aspetti controversi evidenziati dalla CPRE, l'associazione non è pregiudizialmente contraria a qualsiasi tipo di solar farm. Al contrario, sostiene che le solar farm hanno un elevato potenziale energetico e possono fornire anch'esse un notevole contributo alla conversione energetica rinnovabile, a patto che siano progettate rispettando alcuni criteri.
Innanzitutto la loro installazione non può essere prevista su terreni agricoli di elevata qualità (utilizzabili, invece, per le produzioni alimentari) o in contesti ambientali e paesaggistici di particolare valore, o sottoposti a tutela. Inoltre, il loro impatto visivo sul paesaggio deve essere minimo, soprattutto se il terreno è pubblicamente visibile, e la loro installazione non deve minacciare la biodiversità. Anche se potrebbe sembrare una missione impossibile, sono già presenti alcuni impianti che soddisfano pienamente questi requisiti. L'associazione cita l'esempio di una solar farm nel Suffolk, sede di un impianto da 11 MW connesso in rete posizionato su un terreno di 22 ettari di scarsa qualità agricola. Si tratta di una superficie inferiore rispetto alle richieste iniziali, ma questo ridimensionamento, unito all'adozione di una schermatura naturale per i moduli utilizzando semplici siepi, ha permesso all'impianto di avere un impatto minimo sia sul paesaggio che sulla biodiversità locale.















