La discesa del petrolio e le infelici conseguenze

In questi giorni stiamo vivendo una nuova crisi del petrolio. A differenza delle altre volte, dove l'aumento del prezzo aveva portato gravi conseguenze alle economie dei paesi dipendenti dall'oro nero, questa volta è la diminuizione del prezzo a preoccupare i mercati e i paesi produttori. Certo, molti saranno portati a pensare che con l'abbassarsi del prezzo del greggio ci sia di conseguenza un ribasso dei prezzi dei carburanti. Qualcosa è diminuito, ma l'Italia resta sempre il paese con la più alta tassazione sulla benzina, una tassazione che arriva fino al 64%. Questa nuova crisi petrolifera è causata da una maggiore produzione e da una diminuizione della domanda di petrolio da parte di Cina ed Europa, che ha portato i prezzi del greggio al di sotto dei 70 dollari a barile. E quasi ogni giorno si assiste ad una lenta e costante diminuzione del prezzo. 

Una ragione della diminuizione della domanda sta nel fatto che gli Stati Uniti hanno cominciato ad estrarre il greggio utilizzando una tecnica chiamata "fracking". Il Fracking è il termine inglese per spiegare la fratturazione idraulica dell'estrazione del petrolio e del gas naturale dalle rocce di scisto, rocce che si sfaldano più facilmente grazie ad un getto d'acqua - unito a sabbia e a sostanze chimiche - che frantuma la roccia liberando l'oro nero. Nel giro di pochi anni questa tecnica ha prodotto molte quantità di petrolio e gli Usa hanno ridotto le importazioni del greggio nella quantità di 3,1 milioni di barili in meno dal 2005, producendone un 65% in più rispetto a cinque anni fa. Ma questa tecnica ha fatto storcere il naso a molti ambientalisti. Infatti, per estrarre il petrolio in questo modo, si deve fare uso a massicce dosi di acqua causando grossi danni all'ambiente. Un'altra fonte di preoccupazione è l'utilizzo di sostanze chimiche dannose per gli esseri umani che si infiltrano nel sottosuolo, arrivando anche alle falde acquifere. Molti sostengono che questo modo di prelevare petrolio sia la causa di lievi scosse di terremoto avvenute negli Usa: basti pensare alla scossa del 6 novembre 2011 in Oklahoma, dopo che un impianto aveva iniettato acqua ad alta pressione nel sottosuolo. Per le organizzazioni ambientaliste, questa tecnica è una scusa da parte degli imprenditori petroliferi per ritardare le politiche energetiche alternative al petrolio, come le fonti rinnovabili, considerate da tutti pulite, sicure ed inesauribili. 

 (La tecnica del fracking)

Bisogna riscontrare che il ribasso del prezzo del petrolio ha comportato una forte ripercussione economica su molti paesi produttori. Il paese che più di tutti rischia è il Venezuela, che non può permettersi un prezzo così basso per la sua economia, essendo una nazione fortemente dipendente dall'oro nero. Infatti, secondo il direttore del gruppo di ricerca di Barclays Latin America, Alejandro Grisanti, "Se i prezzi resteranno ai livelli attuali, le entrate dello stato potrebbero ridursi di 16 miliardi di dollari in un anno, provocando così un'inflazione talmente alta da ridurre il potere d'acquisto dei cittadini". Ma non è solo il paese latino americano a soffrire questa crisi. Anche altri produttori come la Nigeria, l'Iran, l'Arabia Saudita e la Russia stanno cominciando a sentire il peso di questo forte ribasso. Molti di loro non possono permettersi un prezzo al di sotto degli 80 dollari al barile, figurarsi adesso che è sceso al di sotto dei 60. Ma a preoccupare l'economia mondiale è anche la conseguenza che la caduta del prezzo dell'oro nero ha in relazione alle borse: una settimana di segno negativo in tutte i mercati finanziari mondiali. Tutto ciò ha acuito la crisi di molte economie, tra cui spicca quella giaponese, che ha visto riconfermare il premier uscente durante le nuove elezioni indette per affrontare l'attuale crisi. Il calo del prezzo del petrolio ha anche i suoi lati positivi, in quanto molti paesi importatori, tra cui l'Italia, con un prezzo così basso avranno un riscontro sul loro Pil nazionale. Infatti, secondo gli economisti di Intesa Sanpaolo, ogni 10 dollari di ribasso strutturale del prezzo del petrolio si traduce in un incremento del Pil italiano dello 0,3%. 

I due lati di questa crisi: da una parte, il fatto che l'energia costi meno perché se ne produce sempre di più è un fattore positivo per chi la consuma; dall'altra, il fatto che l'energia costi meno perché se ne produce sempre meno è un fattore preoccupante, è il segnale di un'economia globale in peggioramento. Significativo è anche il rallentamento del traino cinese, che ha comportato di conseguenza anche il rallentamento di quei paesi emergenti che avevano puntato tutto sulle materie prime cinesi. Questa crisi può essere interpretata anche come lo specchio dei nostri tempi, siamo ormai alla fine di un'era energetica basata sui fossili. E' come se tutte queste situazioni ci stessero dicendo che è venuto il momento di cambiare rotta, di effettuare una rivoluzione imporante come lo sono state in passato le rivoluzioni industriali che hanno portato l'umanità verso il futuro. Ci stiamo dirigendo verso un altro futuro, o la paura dei crolli economici ci tiene fermi e non ci spinge verso un nuovo futuro energetico? 

Autore Roberto Minichiello


Visualizza l'elenco dei principali articoli