Carbone: comprarsi like su Facebook per influire sulle scelte politiche

Su questo portale si parla di energie rinnovabili e su come contrastare il riscaldamento globale e l'inquinamento atmosferico causato dall'uso spropositato di combustibili fossili. E se là fuori ci fosse qualcosa o qualcuno che ancora inneggiasse al carbone come ha una fonte valida? Purtroppo non è uno scherzo né una battuta di pessimo gusto ma una realtà che viene edulcorata attraverso i social networks più utilizzati come Facebook e Twitter.

 

Forse avete notato come adesso, su Facebook, sia possibile sponsorizzare i propri post, dove sponsorizzare sta per comprare più likes attraverso la messa in vetrina su milioni di pagine di utenti, che forse non si sarebbero mai raggiunti, di contenuti non sempre volontariamente condivisi. Questo metodo si chiama pay-per-care e permette a chiunque lo passa pagare di comprare likes e followers anche su temi che ormai sono riconosciuti come dannosi. È l'esempio della Peabody Energy Corporation, una delle più grandi compagnie nel settore del carbone, che ha lanciato sulle piattaforme sociali una campagna pubblicitaria dove il messaggio trasmesso è che il carbone sia l'unico combustibile atto a portare energia agli abitanti dei paesi più poveri e con un alto gap di accesso alla rete elettrica.

La campagna intitolata "Advanced Energy for Life", studiata nei minimi dettagli da una delle agenzie di pubbliche relazioni più famose, la Burson-Marsteller ( si proprio quella che ha lavorato con Bhopal, in India, dopo il disastro della Union Carbide del 1984 e quella che ha aiutato la Philip Morris a screditare quanto è stato dichiarato nell'Environmental Protection Agency sui danni del fumo passivo e sul rischio di cancro per i fumatori) è un modo per difendere il proprio operato e per diffondere l'uso del carbone nei Paesi in via di sviluppo.

Grazie ai likes comprati su Facebook, la Peabody può affermare che "Circa mezzo milione di cittadini da 48 Paesi ha chiesto ai membri del G20 di porre grande attenzione nelle proposte per mitigare la politica energetica" e che "Possiamo risolvere la crisi. L'energia a basso costo garantisce una salute migliore". Per via dei likes la campagna sembra condivisa e partecipata da centinaia di migliaia di persone ma in realtà è uno specchietto per le allodole in quanto, ormai anche nel campo della politica, il tuo pensiero vale a secondo dei "mi piace" e sul numero di amici che si ha sui social networks. Così le migliaia di likes dovrebbero giustificare l'uso continuativo del carbone nella produzione dell'energia. Un modo come un altro, oggigiorno, di trovare consensi su questioni che ormai fanno solo storcere il naso.

La campagna di Peabody fa leva anche sul senso di impotenza delle persone su temi come la povertà energetica e i costi elevati (ormai non più veritieri) delle fonti rinnovabili per focalizzarsi tanto sul binomio carbone-salute e su come l'utilizzo del carbone sia la risposta più efficace, più veloce e meno costosa alla carenza energetica che affligge molti paesi. Fortunatamente la campagna di Peabody è contrasta dal documentario "Years of Living Dangerously" sulle conseguenze dei cambiamenti climatici sottolineando il ruolo fondamentale di cattivo del carbone all'interno di questi cambiamenti! Lo scenario che prospetta il documentario è quello della progressiva chiusura delle centrali a carbone e il passaggio alle fonti rinnovabili come sta succedendo, per esempio, in Carolina del Nord. E se nei paesi più avanzati le centrali a carbone chiudono dove se ne possono aprire di nuove? Ovviamente nei paesi del terzo mondo. Questo è il vero motivo che sta dietro alla campagna Peabody.

AutoreDott.ssa Sofia Catoni


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