Pannelli solari, la guerra dei dazi con l'Europa la vince la Cina

Va alla Cina la vittoria contro l'Unione Europea nella disputa commerciale che vede protagoniste le due realtà sui pannelli solari.

Nei giorni scorsi la task force di consulenza anti-dumping della Commissione europea ha dato l'ok alla proposta arrivata da Bruxelles che prevedeva di, sostanzialmente, far venire meno le imposte sulla introduzione di pannelli cinesi sul suolo europeo.

Si tratta della rimozione di tasse introdotte recentemente, che avevano innervosito molto i cinesi.
Ma a quanto pare è  bastato paventare azioni di ritorsione contro l'industria e i prodotti alimentari nostrani per far fare marcia indietro ai governanti europei.

Ma la disputa commerciale si può scommettere sia solo al suo primo round. Il problema vero è che a detta delle aziende europee che producono pannelli solari, quelli cinesi sono venduti a bassissimo prezzo perché lì le aziende contano sugli aiuti di Stato che da noi non sono previsti.

Basta guardare, ad esempio, al prezzo delle partite di pannelli solari che sono messe in vendita all'Ikea in alcuni paesi europei del Nord: costano 6700 euro e provengono dalla Germania dove sono prodotti però da una società cinese, la Hanergy. E' davvero solo nelle economie di scala il risparmio?

Le denunce di concorrenza sleale dei produttori europei non erano rimaste inascoltate, e per questo l'Unione questa estate aveva normato per limitare in qualche modo l'afflusso indiscriminato di pannelli dalla Cina. Si era stabilito, infatti, che i produttori orientali dovessero rispettare un limite quantitativo al numero di importazioni e al prezzo per watt.

Come funzionano le procedure antidumping

L'Unione europea apre un fascicolo sia di propria iniziativa che dopo avere ricevuto la segnalazione della violazione della normativa antidumping da parte dei produttori di origine europea che valutino di subire concorrenza sleale da parte di qualcun altro. 

Si considera che viene effettuato dumping quando:

  • esista una pratica di abbassamento dei prezzi rispetto al paese di origine da parte di singoli produttori o di interi Paesi con normative di favore;
  • a subire gli effetti negativi della concorrenza sleale è una industria comunitaria; 
  • si può dimostrare la connessione tra pratiche di dumping e danni subiti;
  • i provvedimenti limitativi eventualmente previsti non danneggino gli interessi europei della Comunità.

Viene pubblicato un avviso nella Gazzetta Ufficiale Europea in cui si dà notizia dell'avvio della procedura, che può durare massimo per 15 mesi.

Terminata l'indagine, i risultati si pubblicano in maniera dettagliata sulla Gazzetta Ufficiale, dove cittadini e produttori possono trovare, per esempio, la chiusura del procedimento o i regolamenti che scaturiscono dalla indagine effettuata dalla Ue. 

Quali sono le sanzioni

Le misure anti dumping sono solitamente dazi sull'importazione, ma a volte sono anche previsti compiti da svolgere per chi viola le norme sulla concorrenza o si possono imporre limiti alla quantità di prodotto importato o, ancora, limiti sul prezzo al pubblico.

Le aziende che subiscono le misure anti dumping possono offrirsi di cambiare il loro atteggiamento commerciale in autonomia, così i dazi non sarebbero applicati. La Commissione, però, non è obbligata ad accettare questo impegno.

Le "punizioni" durano generalmente per cinque anni e possono esser riviste se gli atteggiamenti degli esportatori fallaci sono visibilmente mutati, o il mercato è cambiato radicalmente. 

Per quanto riguarda i produttori cinesi di pannelli solari, l'Unione Europea dopo l'istruttoria era orientata verso l'ipotesi più "punitiva", quella di una multa per dumping (che incorre se un'azienda esporta un prodotto all'estero al prezzo più basso di quello praticato in casa o dei costi di produzione), ma adesso anche i tetti salterebbero.

La partita della ormai perenne disputa commerciale sulla Cina si sposterebbe su un mercato più succulento per le aziende: quello delle telecomunicazioni. L'Unione europea, infatti, avrebbe allo studio sanzioni contro la Cina che sarebbe pronta a sfoderare se nel paese del Dragone non si aprisse alla concorrenza europea il ghiotto appalto relativo all'ammodernamento dell'immensa rete wireless di quel paese.

Si tratta di una partita talmente grande che coprirebbe la metà degli impieghi mondiali nel settore e garantirebbe ampi margini di redditività per le nostre aziende del settore.

Tornando alla questione delle dispute commerciali, se i cinesi hanno vinto nella battaglia contro gli europei, hanno perso rovinosamente contro un nemico ben più temibile: la loro burocrazia. Infatti la stampa del Paese del Dragone racconta di come i governi locali abbiano denunciato Pechino di aver volutamente ritardato lo sviluppo del settore, mettendo una morsa alle produzione per non saturare il mercato internazionale.

Una decisione che avrebbe danneggiato i produttori locali cinesi e che avrebbe frenato lo sviluppo della ricerca e dell'innovazione del settore, si valuta, di almeno cinque anni. Secondo i grandi player cinesi, l'equilibrio giusto si avrebbe se 3-5 grosse imprese detenessero il 70% del mercato. L'economia sarebbe più sana e ci sarebbero mezzi e infrastrutture per la ricerca. Invece il Governo cinese avrebbe tutelato troppo i marchi locali e frenato le agglomerazioni che sarebbero state naturali.

Ci si ritrova, invece, che in tutto il mondo esistono centinaia e centinaia di piccoli produttori, che non sono in grado di fare innovazione e si spartiscono il mercato in una competizione serratissima sui costi.

AutoreAntonella Cardone


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