Arriva dalle staminali una speranza per curare l'infarto

Gli attacchi di cuore sono da anni il primo fattore di mortalità, non solo in Italia, ma nella quasi totalità dei paesi più industrializzati. L'infarto, soprattutto, colpisce ogni anno in modo mortale quasi duecentomila persone.

La medicina da tempo studia la delicatezza del cuore con una duplice finalità; per un verso, sviluppare meccanismi preventivi, per altro, ottenere cure efficaci da seguire dopo un infarto, caratterizzato dal costante rischio di rigetto. In questo senso più di quella che comunemente in questi casi si definisce una speranza arriva da un progetto tutto italiano che sta verificando le possibilità d'impiego di alcune tecnologie che sta contribuendo a sviluppare affinché dall'infarto si possa "guarire".

Il professor Montagnier sta sviluppando i caratteri del campo elettromagnetico necessario al trattamento
(Montagnier, premio Nobel nel 2008, ritiene che la ricerca presto offrirà importanti risultati)

Si tratta di una ricerca presentata in questi giorni a Roma, un lavoro che ha ricevuto anche un importante finanziamento, e che si avvale di autorevoli collaborazioni.

I promotori sono il CNR e l'Ispesl, con il sostegno della clinica Salvator Mundi International Hospital; ciascuno degli istituti, in particolare, sta lavorando a un segmento del progetto da sviluppare.

Il principal investigator è il professor Livio Giuliani, collaboratore dell'Inail-Ispesl, mentre la curatrice della fase biologica è Antonella Lisi, del CNR.

Oltre un milione centomila euro il finanziamento che è stato riconosciuto a questo progetto dal ministero della Salute.

La possibilità di trovare una cura risiede nelle cellule staminali, in particolare in quelle autologhe, cioè recuperate dal sangue della stessa persona e non da un soggetto terzo.

La ricerca è improntata a verificare che le cellule staminali del miocardio, prelevate appunto dallo stesso soggetto che ha subito un infarto, in condizioni adeguate e sottoposte a un certo trattamento attraverso un particolare tipo di campo elettromagnetico, possano tornare nell'organismo del paziente.

Obiettivo di questo "trattamento" delle cellule al di fuori dell'organismo, quello di consentire una rigenerazione dei tessuti e una guarigione senza rischi legati al rigetto o, più in generale, ad altri effetti collaterali.

L'importanza del progetto italiano non solo risiede nell'ipotesi da verificare, ma anche nella tecnologia impiegata per ottenere il particolare tipo di campo elettromagnetico richiesto.

A spiegare cosa in pratica dovrebbe succedere in caso di esito favorevole richiesto è forse il più autorevole collaboratore del progetto, il premio Nobel per la medicina del 2008 Luc Montagnier.

"Le onde elettromagnetiche – spiega- devono essere a bassa intensità, e possono contribuire a risolvere e prevenire numerose  malattie. Il loro vantaggio – aggiunge il Nobel – è quello di permettere una diagnosi precoce di quegli agenti infettivi che hanno un ruolo nelle patologie croniche più diffuse, come l'Alzheimer, il Parkinson o, ancora, autismo e sclerosi multipla".

In sostanza lo studio italiano avanza un'ipotesi di cura formulando un orizzonte da raggiungere attraverso un campo di ricerca nuovo.

"Sì – ammette Montagnier – ma questo spazio è in realtà percorribile in tempi brevi. Inoltre, la stimolazione elettromagnetica debole, se verificata, aprirebbe grandi frontiere nel campo della medicina rigenerativa".

A ciascuno il suo, come detto, nell'ambito dell'organizzazione del progetto; terzo partner, infatti, la clinica Salvator Mundi. Chi spiega di cosa si tratti è proprio il presidente della clinica, Michele Casciani.

"Noi partecipiamo grazie a quanto abbiamo da tempo inserito nel nostro piano di sviluppo". L'intento, infatti, per Casciani è quello di "fornire un contributo multidisciplinare, che ha per obiettivo riuscire ad accorciare il più possibile la distanza tra i tempi di ricerca e le sue applicazioni sul mercato".

Autore Stefano Ricci


Visualizza l'elenco dei principali articoli