Il fotovoltaico sulle vette del mondo: la Piramide sul monte Everest

Era il 1990 quando, nella valle del Kunbu, sul versante nepalese, ai piedi del monte Everest (a "soli" 5050 m di altezza), fu avviata la costruzione del Laboratorio-Osservatorio Internazionale Piramide. In quello stesso anno, lo straordinario edificio a forma di piramide, in grado di ospitare circa 30 persone (largo 13,22 m alla base e alto 8,40 m), fu inaugurato dal professor Ardito Desio, geologo, geografo ed esploratore, nonché fondatore, insieme ad Agostino Da Polenza (alpinista, manager e attuale presidente), del Comitato Ev-K2-CNR, un ente privato autonomo che, con la collaborazione del Consiglio Nazionale della Ricerca (CNR), promuove la ricerca scientifica e tecnologica nelle regioni montane, con particolare interesse per le catene dell'Hindu Kush-Karakorum-Himalaya,  tra Nepal, Pakistan, Tibet, India e Bhutan.

Il laboratorio della Piramide, in una delle sue prime immagini
(Il laboratorio della Piramide, in una delle sue prime immagini)

Negli anni, tra ricerche geologiche, topografiche, geografiche ed etnologiche, insieme ai campi di studi, si è allargato anche il nucleo originale della Piramide, progressivamente dotata di una stazione sismica (nel 1991), di un loft abitativo (nel 1995), di una stazione GPS permanente e di un collegamento Web (siamo ormai nel 2002 e nel 2006), diventando persino lo scenario di un suggestivo concerto ad alta quota nel 1998. Una stazione automatica registra, inoltre, senza interruzione i dati relativi alla temperatura, l'umidità, la pressione, la radiazione solare, la forza e la direzione del vento e, appunto, le attività sismiche.

Come è stato possibile tutto questo in un luogo così impervio e (è proprio il caso di dirlo) isolato dal mondo, oltre che da qualsiasi rete elettrica? Semplice: il laboratorio è stato dotato di un sistema di generazione elettrica costituito da un'unità idraulica di 6 KW, da pannelli fotovoltaici di 3 KW e da un generatore eolico, anche questo, da 3 KW. E per essere veramente ecosostenibile sino in fondo ed evitare di contaminare il più possibile le vette del pianeta, è stato fornito anche di un sistema di smaltimento di rifiuti per ridurre al minimo l'impatto ambientale.

L'attuale laboratorio della Piramide
(L'attuale laboratorio della Piramide, con il loft abitativo. Si notano anche parte dei pannelli solari)

Dopo ben 520 missioni, per il laboratorio è arrivato un'altra volta il momento di rifarsi il look e, questa volta, questa sorte è toccata proprio al suo impianto fotovoltaico. È stato necessario l'intervento del Consorzio nazionale raccolta e riciclo, il Cobat, perché alla stazione arrivassero nuovi moduli fotovoltaici e batterie. La spedizione, partita dall'Italia, è durata ben diciotto giorni. Approdata in aereo a Kathmandu, è passata poi nelle mani e sulle groppe di 100 sherpa (guide e portatori di alta quota ingaggiati per le spedizioni himalayane) con altrettanti yak, in grado di trasportare sul loro dorso grandi pesi a quote elevate. Grazie al loro intervento le 15 tonnellate di materiale sono giunte sane e salve al laboratorio, dopo aver compiuto la titanica impresa di superare il dislivello di 2200 m che separa la Piramide da Lukla (una cittadina situata a 2850 m, sul livello del mare).

Parte dell'impianto fotovoltaico della Piramide
(Una sezione dell'impianto fotovoltaico della Piramide, in fase di installazione)

Ma, una volta avvenuta la consegna e terminata l'installazione dei nuovi moduli, la sfida non era ancora finita. Bisognava, infatti, di riportare a valle i materiali dismessi, affrontando, ancora una volta, pioggia, nebbia e basse temperature. La sfida si è conclusa con un successo sotto tutti i punti di vista: oltre, infatti, a dotare la Piramide di nuovi e più efficienti pannelli, per sherpa e yak è stato possibile riportare a valle i moduli sostituiti. Di questi, quelli ancora funzionanti, sono stati distribuiti tra varie cooperative e si pensa che saranno in grado di produrre elettricità (da sfruttare nelle città) ancora per i prossimi dieci anni. Quelli inutilizzabili, invece, hanno fatto ritorno a casa, in volo verso l'Italia, insieme alla batterie esauste, inviate a impianti di riciclo.

AutoreDott.ssa Morena Deriu

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