Fotovoltaico ed eolico tra le macerie di Gaza

Da oltre sessant'anni (e per l'esattezza dal 1948), Israele e Palestina continuano a fronteggiarsi nel conflitto che questa estate è sfociato nell'"Operazione Margine protettivo". Quando, lo scorso 8 luglio, Israele annunciava il via dell'operazione con lo scopo di eliminare i tunnel di Hamas, forse nessuno poteva immaginare che stava cominciando una delle fasi più dure di questo decennale conflitto. L'invasione di Gaza da parte delle truppe israeliane porta, in poche settimane, più di 2,000 morti, soprattutto tra civili e bambini. Poi, dopo cinquanta giorni di missili, combattimenti, morti e trattative, arriva la firma del "cessate il fuoco" duraturo. E ora si ricomincia a interrogarsi su quale strada intraprendere per costruire una pace veramente duratura e risollevare una terra duramente provata. In questo scenario, anche la questione energetica è un problema di primo piano: il solo generatore elettrico della Striscia è, infatti, ormai fuori uso.

La crisi di questa estate tra Israele e Gaza ha rappresentato uno dei momenti più violenti di un conflitto che dura ormai da sessant'anni

(La crisi di questa estate tra Israele e Gaza ha rappresentato uno dei momenti più violenti di un conflitto che dura ormai da sessant'anni)

A questo proposito, nelle scorse settimane (proprio nei giorni immediatamente successivi al "cessate il fuoco"), è arrivato dall'Imperial College di Londra il parere autorevole del Prof. emerito di Fisica Keith Barnham, una delle massime autorità in materia di energie rinnovabili. Nelle colonne di The Ecologist, il Prof. Barnham ha presentato il suo piano per Gaza, un piano essenzialmente costruito sull'impiego massiccio di energia solare ed eolica e che vuole essere un punto di partenza per le future negoziati di pace tra i due Paesi. 

Pannelli fotovoltaici e piccole turbine eoliche potrebbero, infatti, procurare in maniera pulita e autonoma l'energia elettrica necessaria alla ricostruzione, permettendo agli ospedali di curare le centinaia di feriti (ed evitare così l'esplodere di malattie infettive), ai depuratori d'acqua di funzionare e alle infrastrutture di lavorare. In questo modo, si interverrebbe su un problema pressante per l'intera Striscia che, già prima dello scoppio dell'ultima fase del conflitto, era continuamente sottoposta a blackout di energia elettrica.

Secondo il prof. Barnham, pannelli fotovoltaici e piccole turbine eoliche garantirebbero agli ospedali di Gaza l'energia elettrica necessaria a lavorare

(Secondo il prof. Barnham, pannelli fotovoltaici e piccole turbine eoliche garantirebbero agli ospedali di Gaza l'energia elettrica necessaria a lavorare)

Il fattore climatico potrebbe, poi, rivelarsi determinante e fare del matrimonio tra solare ed eolico una scelta davvero vincente. Partendo da alcuni studi condotti in Germania, infatti, il prof. Branham sostiene che posizionando pannelli solari sui soli tetti di Gaza City si arriverebbe a produrre il 65 % di energia in più rispetto a una città come Francoforte, una percentuale di tutto rispetto se si pensa che, sempre secondo questi studi, in Germania il mix di solare ed eolico potrebbe coprire sino al 78 % del fabbisogno energetico annuo. E un aiuto in più potrebbe arrivare dalle biomasse da rifiuti. 

In questo modo, Gaza non sarebbe più legata al consumo e all'importazione di combustibili fossili né agli approviggionamenti da parte di Israele, con benefici per Israele stesso. E le energie rinnovabili, gratuite e a disposizione di tutti, potrebbero contribuire, in un primo momento, a normalizzare la situazione, garantendo così la durata del "cessate il fuoco" per trasformarsi, in un secondo momento, in un trampolino di lancio per negoziazioni effettivamente portatrici di pace, costruendo un futuro sostenibile per tutti gli abitanti della regione.  

AutoreDott.ssa Morena Deriu


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