Estrazione petrolifera in Italia

L'estrazione petrolifera in Italia è un argomento che, da inizio anno 2014, è diventato particolarmente delicato.

Per fare un quadro generico della situazione, si deve far riferimento ai giacimenti italiani. Questi si trovano in Sicilia o nelle immediate vicinanze della costa, i cosiddetti impianti off-shore, ovvero a Ragusa a 1500 metri di profondità, a Gela, con caratteristiche molto simili ma ad una profondità ben più elevata che si aggira intorno ai 3500 metri e a Gagliano Castelferrato, per l'estrazione del gas a 2000 metri sotto il livello del mare.

Sulla penisola, invece, l'impianto della Val d'Agri, in Basilicata, e quello di Porto Orsini, sull'Adriatico in provincia di Ravenna.

Secondo i dati attuali, la produzione petrolifera italiana si aggira intorno agli 80.000 barili al giorno, mentre quella gassifera è di circa 15 miliardi di metri cubi. Il picco di produzione petrolifera in Italia è stato raggiunto nel 1997. Si questo totale, il 7% è di consumo nazionale mentre il 93% è destinato all'esportazione.

L'Italia è stata classificata al 49° posto fra i produttori mondiali e questo significa che l'estrazione petrolifera non è una delle principali attività industriali italiane.

Estrazione petrolifera

(Estrazione petrolifera)

L'estrazione petrolifera è il processo per il quale il petrolio greggio viene estratto dal sottosuolo per essere trasportato alle raffinerie e, quindi, per essere trasformato in prodotto più sofisticato ad uso di carburante o come base per ulteriori trasformazioni, come per la produzione della plastica.

La formazione del petrolio avviene in maniera naturale del corso di milioni di anni, anche se il processo non è del tutto conosciuto, anche se, molto genericamente si tratta della formazione di composti di idrocarburi all'interno di sedimenti che corrispondono alle rocce madri, formatisi per effetto dell'innalzamento della temperatura.

Queste vengono anche dette "trappole petrolifere" e possono essere individuate durante la fase di esplorazione geofisica. Questa fase comprende alcuni procedimenti estremamente invasivi per il sottosuolo. Si tratta inizialmente di creare un pozzo in corrispondenza del centro tramite sistemi di perforazione. Una volta accertata la presenta della materia prima, si procede con l'istallazione di valvole e serbatoi e il collegamento ad un oleodotto per il trasporto.

Il processo di estrazione del greggio è molto invasivo per l'ambiente e pericolo per l'uomo.

Il primo fattore produce inevitabilmente movimenti tellurici che smottano il sottosuolo, sia nei pressi della riva che più in profondità. Questo, di conseguenza, produce un disequilibrio per l'ecosistema della zona, soprattutto perché operazioni del genere immettono nell'ambiente un gran numero di emissioni tossiche e scarti di produzione.

Il secondo parametro, ovvero la pericolosità dell'estrazione nei confronti dell'uomo, è dovuto al gran numero di incidenti che spesso si verificano sia in fase si perforazione che nei pressi delle piattaforme superficiali, oltre al fatto che gli stessi scarti dannosi per l'ambiente sono dannosi anche per l'uomo, che li assorbe sia per inalazione che per contatto con l'epidermide o le mucose oculari.

Piattaforma off-shore per l'estrazione petrolifera

(Piattaforma off-shore per l'estrazione petrolifera)

Trivelle da terraferma per l'estrazione petrolifera

(Trivelle da terraferma per l'estrazione petrolifera)

In linea di massima, i danni vengono molto spesso poco considerati perché insabbiati dall'enorme guadagno che il petrolio porta allo stato o agli enti privati, in tutte le fasi della sua estrazione.

In Italia questo genere di cultura non è troppo sentito ma ultimamente molte risorse si stanno puntando sulla Basilicata, rinominata il Texas d'Italia.

Ad accorgersene è stato un importante giornale inglese, il Wall Street Journal che, a tal proposito, riporta: "per contrastare la crisi, l'Italia sta puntando a facilitare l'estrazione di idrocarburi sul suolo nazionale, offrendo alle amministrazioni locali maggiori quote dei proventi della produzione per superarne l'opposizione".

Dalle ricerche effettuate dal British Petroleum, l'Italia avrebbe nel proprio sottosuolo riserve per 1,4 miliardi di barili, seconde solo a quelle dei giacimenti offshore di Norvegia e Regno Unito. Marco Brun, capo delle operazioni italiane di Royal Dutch Shell spiega che il gruppo anglo-olandese, "Sta cercando di triplicare i propri investimenti e di impiegare diverse centinaia di milioni di euro nel Paese".

FONTE: Il Tempo

AutoreDott.ssa Chiarina Tagliaferri

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