Acque reflue e bioplastica: una nuova frontiera

Le acque grigie sono una risorsa inesauribile, che, opportunamente trattata, può contribuire a ridurre notevolmente i consumi di acqua potabile e, dunque, i costi delle bollette (oltre, ovviamente, a implicare benefici a cascata sull'ambiente). Ma da oggi c'è di più. Secondo gli studi più recenti (presentati all'EcoSTP2014Ecotechnologies for Wastewater Treatment, di Verona tra il 23 e il 25 giugno), è possibile trattare le acque reflue e ricavarne bioplastica. Con un duplice beneficio, dunque: al riutilizzo sostenibile delle acque reflue si accompagna, infatti, il ricorso alla bioplastica che, essendo perfettamente bio, non ha tutte le ben note controindicazioni ambientali legate alla sorella maggiore, la plastica tradizionale.

 Per l'Università di Madrid, la bioplastica è la nuova frontiera per il riutilizzo delle acque grigie

(Per molti ricercatori, la bioplastica è la nuova frontiera per il riutilizzo delle acque grigie)

I dati dimostrano, del resto, che non si tratta di fantascienza. Qua e là per l'Europa, infatti, esistono già diversi casi molto concreti (per quanto alcuni ancora a carattere dimostrativo), grazie a cui si recuperano le acque reflue delle industrie attraverso sistemi di depurazione, per poi produrre bioplastica.

Fra i più noti, rientra senz'altro il caso di Bruxelles, che vanta niente poco di meno come protagonista un colosso dell'industria dolciaria come Mars. Per ora, si tratta ancora di un progetto pilota, ma all'italianissima Università di Verona, si è mostrato che la bioplastica così ottenuta ha caratteristiche decisamente simili a quelle della plastica tradizionale, fatta eccezione per il fatto (non da poco) di non contenere alcun derivato del petrolio.

A Bruxelles, l'industria Mars è protagonista di un progetto pilota che riguarda bioplastica e riutilizzo delle acque reflue

(A Bruxelles, l'industria Mars è protagonista di un progetto pilota che riguarda la bioplastica e il riutilizzo delle acque reflue)

E visto il successo del progetto belga, proprio a Verona, nei laboratori di biotecnologie dell'Università, si sta lavorando sul funzionamento di due bioreattori in grado di accumulare bioplastica e, allo stesso tempo, di produrre metano. L'esperimento veronese non è, del resto, il solo di cui l'Italia deve andare orgogliosa per quel che riguarda le bioplastiche. Anche l'Alto Trevigiano Servizi, l'azienda che si occupa della gestione del servizio idrico integrato di 54 Comuni dell'area di Treviso, è impegnata in un progetto pilota che coinvolge acque reflue e bioplastica.

Intanto, anche dall'altro lato del pianeta, in California, si lavora alla trasformazione di fanghi e acque reflue in bioplastica. Spetta, infatti, alla Micromidas, l'azienda americana leader nel settore delle bioplastiche, l'importante record di essere stata la prima azienda ad aver brevettato un metodo di trasformazione a un prezzo accessibile.

Alla californiana Micromidas va il merito di aver ideato un sistema di conversione dei fanghi in bioplastica ma a prezzi accessibili

(Alla californiana Micromidas va il merito di aver ideato un sistema di conversione dei fanghi in bioplastica ma a prezzi accessibili)

In cosa consiste il processo ideato dalle menti della Micromidas? Per prima cosa, si procede col scaldare i fanghi e portarli, così, in forma liquido. A questo punto, è possibile aggiungere ai liquami una specie di "cocktail di batteri", grazie ai quali si innesca una reazione chimica. Terminata la reazione, i fanghi hanno assunto una consistenza più densa e corposa e sono, quindi, pronti a essere trasformati in bioplastica attraverso una macchina a estrusione (vale a dire per la produzione industriale di pezzi plastici a sezione costante).

Sicuramente, vale la pena continuare a indagare in questo senso: le potenzialità di queste e simili tecnologie sono, infatti, enormi, prima di tutto a livello ambientale ma anche (e non secondariamente) a livello economico.

AutoreDott.ssa Morena Deriu

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